È normalissimo: riposarsi
Non sono capace di riposarmi e forse nemmeno voglio imparare a farlo e forse nemmeno mi fa così bene come penso.
“Devo andare avanti, continuare a spingere”. Mi sono resa conto che ieri notte era questo il pensiero che ho fatto un secondo prima di addormentarmi.
Non sono capace di riposarmi. Ecco, l’ho detto.
Nemmeno nell’attimo prima di chiudere gli occhi e finire la giornata con il sonno del giusto (anzi, della giusta, perché le A sono importanti), nemmeno in quel momento riesco a godermi il riposo.
Giudico con sufficienza tutta quella pletora di trend slow living / homebody / lavoro meno / respiro lentamente.
Persino lo yoga. Io lo faccio ma solo quello dinamico, che quando esco sono sudatissima.
Sono consapevole che il mio criticismo verso chi ha uno stile di vita rilassato (o almeno così dice sul suo Instagram) nasce dalla mia incapacità al riposo.
Per un po’ mi sono colpevolizzata.
Riposare è facile, è normalissimo: dai, guarda lo fanno anche gli animali. È la base della vita.
Eppure.
Eppure non riesco. Eppure per me è la cosa più difficile del mondo.
Ho davvero provato con impegno (e ciclicamente ritento) di riposare secondo i canoni convenzionali ma la voglia e l’impazienza di creare, organizzare, produrre mi sovrasta e non posso non ascoltarla.
Non riuscire a riposare è paura di confrontarmi con me stessa? Con il vuoto? Con la mia voce interiore?
Con autocritica, e recuperando le perle di saggezza del mio psicologo, me lo sono chiesto onestamente.
La risposta è che no, non è niente di tutto questo.
Ho capito che mi piace così.

Essere in movimento continuo, creare appena posso, spostare il pensiero da un impegno a un altro non solo mi piace ma fa bene al mio cervello.
Conoscendo più cose su come funziona la mia materia grigia ho capito che per me è normale funzionare così.
Tre anni fa ho scoperto di essere neuro divergente.
(Lascio volutamente un alone di mistero intorno alla mia diagnosi per evitare commenti tipo: “ma sai che forse anche io…”. Se avete il dubbio e volete approfondire fate una valutazione clinica con uno specialista e lasciate perdere i quiz online).
Questa informazione sul mio profilo neurologico di per sé non mi ha cambiato la vita.
Sono sempre io.
Dimentico comunque il latte fuori dal frigo, ascolto troppi podcast true crime e piango quando vedo le pubblicità dei panettoni a Natale.
Ma sapere come funziono, e soprattutto sapere che non funziono come tutti gli altri, mi ha dato una cosa che prima non avevo: più comprensione per me stessa.
E più rispetto per la mia identità.
L’hashtag #devoimpegnarequasituttoilmiotempoliberoconatattivitàproduttivecosìmirilasso non tira sui social.
Me ne sono fatta una ragione.
Così, con la comprensione delle persone che mi vogliono bene, passo le mie giornate lavorando molte ore al computer per la mia azienda, poi stacco e vado a cucire delle tende a pacchetto per un amico, poi corro al corso di danza classica, faccio conversation in inglese per prendere il B2 e nel week end costruisco Pokemon di ceramica per decine di bambini. E se mi avanza tempo ridipingo anche di blu la nicchia in camera da letto e lavo il bagno.
Il mio cervello impegnato in questo flusso costante è sostenuto, è appagato. I livelli della mia serotonina sono a posto e sì, a volte faccio fatica a prendere sonno, ma mi succedeva anche quando avevo otto anni e il mio unico impegno era andare a scuola e giocare con le Barbie.
È sano questo stile di vita?
La mia risposta onesta è… bhò.
Io mi sento bene e sono molto felice dei risultati ottenuti da quando ho abbracciato la voglia di impegnare il mio tempo in quello che amo fare, senza darmi limiti.
Dico “sì, faccio tutto”. Ok, a volte mi ritrovo, come scrivevo nella scorsa newsletter, a fare come Jim Carrey.
Forse te lo ricordi, il film si chiamava Yes Man.
Lui per una scommessa diceva sì a tutto vivendo meravigliose avventure che si era sempre negato e scopre cose inaspettate di se stesso, incontra l’amore e tutto è bellissimo ma ad un certo punto, non si sa come, si trova a impennare su una moto appena uscito dall’ospedale, senza mutande e con addosso solo un camice aperto sul dietro.
Ammetto che il mood a volte è un po’ quello di Jim e mi ritrovo anche io a impennare cercando di gestire gli impegni della settimana e a chiedermi “era veramente il caso di offrirsi volontaria per aggiustare il tutù della mia compagna di danza entro venerdì?”.
Ma come dicevo sopra, e come ci insegna la morale del film, ogni giorno scopro di poter arrivare dove non pensavo.
La morale di questa newsletter invece?
Direi nessuna, se non che facciamo quello che ci sentiamo e seguiamo il flow.
Anche se siamo controcorrente, anche se invece di fare un rigenerante pisolino pomeridiano passiamo quaranta minuti a fare una bacheca su Pinterest intitolata “Resting” sulla gente che si riposa.
Guarda che bella.
Ciao, ci leggiamo alla prossima -
Marilisa



